Testo di Susanna Bertoni per Fuori pista di Roberto Cerrai.
La fotografia di Roberto Cerrai nasce da un gesto di sottrazione: toglie rumore, riducendo il mondo a una
grammatica di pieni e di vuoti, di luce e di ombra. Ciò che resta è una sommità morbida, un manto chiaro
che non si limita a coprire il monte: lo trasforma in una superficie di percezione. In questo spazio rarefatto il
senso non è imposto. Nasce in chi guarda, chiamando in causa il background culturale, emotivo ed
esperienziale di ciascuno.
Addentrandosi nella lettura formale, le ombreggiature dei saliscendi sono la vera trama dell’immagine,
fatta di passaggi, velature e gradienti che modellano la luce come se fosse materia. È un minimalismo che
non punta alla freddezza, ma a una forma di concentrazione.
Dentro questa candida distesa, tre sciatori minuscoli introducono un elemento decisivo: la scala. Il rosso
delle giacche, acceso e preciso, funziona come un segno grafico su una pagina monocroma. Non sono
protagonisti, non fanno spettacolo; sono punti di orientamento cromatici che rendono evidente la vastità
circostante. In termini fotografici, è un equilibrio sottile tra “campo” e “dettaglio”.
L’astrazione, qui, è necessaria. Nell’analisi critica viene naturale pensare a Malevič, pioniere
dell’avanguardia russa, e al bianco assoluto come misura di essenzialità e apertura all’infinito, capace di
mostrare come una superficie solo apparentemente uniforme contenga invece un universo di variazioni. In
questa stessa direzione, affiora anche il bianco di Kandinsky, “un grande silenzio” non vuoto ma carico di
possibilità, uno spazio interiore che accoglie in sé molti significati.
In questa potente immagine di Roberto Cerrai la fotografia dai contenuti essenziali mostra la sua riuscita:
dice pochissimo e, proprio per questo, costringe a percepire di più. Ricorda che la grandezza non sta
nell’occupare lo spazio, ma nel saperlo attraversare, anche solo col pensiero, senza profanarlo.
Susanna Bertoni







