Giorgio Tani legge “L’olivo” di Giuseppe Bernini

Ci sono stati molti spunti, anche filosofici, sull’interpretazione del paesaggio. Se lo consideriamo “natura” uno di questi ci dice che la natura in se non può essere bella perché è quello che è, passiva, inerte, variabile, incontrollabile. Ma è vero? Non lo so. Tanta iconografia pittorica, nei secoli, ci ha condizionato ad ammirare il paesaggio nella inquadratura data e nella forma descrittiva usata, basti pensare al Giorgione, agli impressionisti, ai macchiaioli. Noi fotografi vediamo il paesaggio in conseguenza di questi paradigmi e ne diamo la nostra interpretazione soprattutto attraverso l’inquadratura. Giuseppe Bernini ha dato massima importanza all’ulivo lasciandolo al centro dell’immagine e facendo convergere su di esso le nubi di un cielo sereno, la curvatura del terreno, la prospettiva dei fiori multicolori. L’albero è il protagonista, sopra di lui e partendo da lui una grande V apre il cielo azzurro, quasi per una elevazione. E’ una fotografia realistica nel senso che la fotocamera ha reso quello che ha visto? No. Non è mai così: è il pensiero dell’autore che attraverso l’obiettivo si è trasformato in immagine sua, d’autore appunto, e quell’ulivo antico e solitario diviene il simbolo della natura stessa, non di quella primordiale, ma di quella domata dall’uomo e che riflette l’uomo stesso.  

Giorgio Tani

Share this Post